I VIAGGI A INSTANBUL

Racconto di Massimo Grandese

Sono passati più di trent’anni? Venezia / mi ricorda istintivamente Istanbul /
stessi palazzi addosso al mare / rossi tramonti che si perdono nel nulla…

Con quel verso di una canzone di Franco Battiato nella mente, attraverso il Bosforo al fianco del mio fedele amico di viaggio, Alberto.
Sull’altra riva, cerchiamo Niyazi Sayn e Mustafà Düzgünman. Ha letto del loro lavoro in un testo turco sulla marmorizzazione della carta: più propriamente ebrû, una parola antica, di origine persiana, ebri, che alla lettera significa nuvola. Chiediamo a lungo informazioni e alla fine capitiamo in un angusto e oscuro negozio di colori, ferramenta e detersivi antichi. Dietro il banco, pacatamente cordiale, un uomo corpulento, il viso tondo incorniciato dai radi capelli neri imbrillantinati e segnato da due immancabili baffi curati, gli occhi vivissimi, vestito di un grembiulone grigio, accoglie quei due strani clienti, che non hanno niente da comprare. Alberto desidera soltanto testimoniare la sua ammirazione e poter toccare le carte che ha visto riprodotte nel libro.
Il maestro è quasi diffidente, restio: spiegarsi si fa sempre più difficile. Convinco il mio amico che è arrivato il momento di fargli vedere i lavori che ha portato da Venezia e che intende regalargli. Lo fa con estremo pudore. Gli occhi di Mustafà Düzgünman brillano eccitati. Osserva con attenzione quelle creature, sfiorandole con delicatezza. Infine sorride aperto e si complimenta con un ripetuto gesto della mano: le punte delle dita strette attorno al pollice, che da noi sta a significare «cosa vuoi?», ma che tra i turchi, l’abbiamo imparato nel frattempo nei nostri primi giorni in quella terra, è il segnale della vera soddisfazione e dell’apprezzamento. L’incontro successivo con Niyazi Sayn – a differenza del primo questi è un’intellettuale, un musicista suonatore di flauto – ha lo stesso esito, anche se usciamo da quella casa con la sensazione di aver toccato la sua suscettibilità, con il confronto dei rispettivi lavori. È per questo che sulla strada del ritorno, illuminati dal rosso tramonto, guardando il mio compagno di avventure, gli sussurro all’orecchio: «D’ora in poi dovrò chiamarti: Maestro».

Alberto Valese, veneziano, inizia la sua avventura con la carta marmorizzata nel 1973, dopo una serie di esperienze di grafica e di tipografia.
Ha sempre amato il colore e il contatto di questo sulla carta: i primi compagni di lavoro lo chiamavano penèo (pennello nel dialetto della città) e non ho mai capito se fosse per la sua abilità del gesto artistico o per la sua figura allampanata dalle movenze aristocratiche. Per sopravvivere accetta di fare l’apprendista legatore. In un buio sottoscala che funge da laboratorio, Alberto inizia la lettura di un vecchio manuale francese del 1852 sulle arti e i mestieri: le pagine dedicate alle carte fantasia lo incuriosiscono e lo appassionano.
Si intestardisce alla ricerca degli ingredienti originali, che la chimica ha ormai spazzato via dal mercato e fa ammattire il vecchio farmacista di fiducia; fa bollire intrugli di licheni in enormi pentoloni e combatte un’impari lotta con il mefitico fiele. Costruisce con le sue mani pettini larghi e stretti e bacinelle sempre più grandi. Per gli amici diventa una specie d’alchimista. Alberto invece sta imparando a controllare l’espansione delle gocce di tinta sulla gelatina e impazzisce di gioia quando riesce a catturare sulla carta il colore ancora informe. Quell’apprendistato autodidatta e quasi clandestino dura un paio d’anni. Finalmente un giorno affitta un piano terra, situato sotto il livello del mare e soggetto all’acqua alta.
Il piccolo laboratorio si apre sulla strada attraverso una vetrina: Alberto decide che il suo lavoro è degno di mostrarsi al pubblico. Infatti la gente, quelli del posto e i turisti, allora un po’ più rari e meno invadenti di oggi, si fermano incuriositi a spiare le sue mosse. Lui se ne accorge, nonostante sia tutto intento al lavoro, e qualche volta esagera ad arte la ritualità del suo gesto, sorprendendo gli occasionali spettatori.
Per un po’, a tempo perso, lo aiuto, più che altro per tenergli compagnia. Lo vedo crescere e giorno dopo giorno intuisco che si sta impadronendo della vecchia tecnica usata dai legatori veneziani: per loro era un lavoro marginale, di complemento, utilizzato soprattutto per realizzare i fogli di guardia. Lui invece non smette mai di consultare testi, ricercare esempi, studiare.

Così comincia con la tecnica turca, la marmorizzazione fine a se stessa, cornice di versetti coranici, di splendide e misteriose calligrafie, l’ebrû, con i suoi soggetti floreali, soprattutto rose rosse e papaveri, disegni ottenuti governando ad arte le macchie sospese, fluide e mai immobili.
Questa tecnica basata sulle trasparenze, le leggerezze, la liquidità, l’ha sentita sua fin da subito, in perfetta sintonia con l’essenza primordiale di Venezia. Lui, che appena può, lascia colori e carte per perdersi, con la sua agile barca, tra le barene della laguna fiammeggiante di tramonto riflesso. Forse tra quelle acque comprende il vero significato del lavoro intrapreso e dà un senso all’origine giapponese di questa tecnica: suminagaschi, cioè inchiostro di china sulla corrente dell’acqua. Si stupisce che tutta questa leggerezza riproduca la pesante materia del marmo.
Lo sorprendo un giorno mentre è intento a studiare cataloghi di pietre, per imparare i loro colori, le loro venature, le splendide screziature. Con incredibile abilità li reinventa sulla superficie della gelatina. Da quel momento la carta non gli basta più: inizia a marmorizzare corpi solidi, sfere, cubi, tetraedri, continuando poi, attraverso una serie ininterrotta di sperimentazioni nella tecnica dell’immersione, con oggetti più complessi, dagli obelischi fino alle riproduzioni di teste e busti classici, rubando il lavoro degli antichi scultori, sostituendosi a loro nella scelta dei marmi da usare. Ma non può tradire la quintessenza di quest’arte: la leggerezza. E allora decide di sfruttarla ancora una volta al massimo delle sue possibilità. Applica la tecnica ai tessuti, in particolare alle sete impalpabili, per ricavarne sciarpe, ampi foulards, abiti e costumi.

In questo suo cammino Valese ha modo d’incontrare persino il teatro e la moda, collaborando con costumisti e scenografi. Non posso dimenticare un imponente mantello verde per l’imperatore Altoum, il padre di Turandot: quando il protagonista indossa quel tessuto, quasi di marmo, si erge rigido nella sua regale figura, ma immediatamente nel muoversi, quella veste di pietra prende vita con un effetto straniante.
Sempre più convinto che il vero mistero e il fascino antico di questa tecnica risiedano nella trasparenza, nell’ardita sospensione dei colori da manipolare, trascinare, stringere e allargare con infinita pazienza, Alberto sospende la creazione dei fiori alla maniera turca e si mette a ricreare fondi marini e acquari magici, popolati di piccoli pesci curiosi e improbabili polipi sorridenti: creature inesistenti, quasi fumetti di storie lagunari. E anche a esplorare cieli profondi punteggiati da astri lontani e solcati da comete.

Con questi lavori, l’artigiano, sempre più artista, un giorno ritorna a Istanbul, questa volta invitato da un’importante fondazione culturale, per esporre i suoi prodotti, divenuti ormai dei quadri.
Come gli avevo predetto molti anni prima, proprio in terra turca, viene accolto come un nuovo maestro.

Massimo Grandese

Venezia, il primo giorno di settembre dell’anno 2012